Un utile esempio

17 febbraio 2010

Mario Salomone

education-environnement-caen-octobre-2009L’incontro nazionale dell’educazione ambientale francese tenutosi l’ottobre dello scorso 2009 a Caen, Bassa  Normandia, rappresenta un’interessante esperienza da cui forse molte altre realtà nazionali potrebbero trarre utili spunti di lavoro.
Tre gli elementi da sottolineare:
1. Il primo è il metodo, che ha visto migliaia di persone partecipare ad incontri locali e poi regionali affidati all’organizzazione da parte degli attori del territorio.
2. Il secondo è l’ampiezza della partecipazione in termini di soggetti rappresentati, che andavano dalle istituzioni, ai parchi, alle regioni, al mondo della scuola, all’associazionismo di ogni tipo, ai sindacati e alle imprese.
3. Il terzo, che è poi alla base del successo delle “Assises” di Caen e del processo partecipativo che le ha preparate, sta nella capacità della società civile francese di collaborare senza rivalità e di dare vita a un organismo (il CFEEDD, “collettivo francese dell’educazione all’ambiente verso lo sviluppo sostenibile”) in cui sono attive reti, associazioni, istituzioni.
Certo, in Francia c’è un forte spirito “repubblicano” fondato su valori come la solidarietà, la fratellanza, la laicità che improntano anche l’educazione ambientale dei nostri cugini di Oltralpe.
In Italia l’esempio andrebbe senz’altro ripreso, per ridare slancio e motivazioni al mondo composito dell’educazione ambientale ma anche per allargarne il campo e coinvolgere nuovi soggetti, obiettivo possibile, come si è visto grazie al Decennio delle Nazioni Unite (il DESS) e all’azione della Commissione italiana UNESCO.

claudia_g Formazione

La morte, che ridere

13 febbraio 2010

Mario Salomone

Tra i molti aspetti che a febbraio 2010 la vicenda in cui è coinvolto il capo della protezione Civile Bertolaso ha fatto emergere (e che ha suscitato l’indignazione dei cittadini dell’Aquila e della altre zone dell’Abruzzo colpite dal sisma) c’è la trascrizione di una telefonata tra alcuni costruttori. Che si sono fatte grasse risate alla notizia del terremoto. “Non ne capita mica uno tutti i giorni”: che pacchia. Se non c’è qui, bisogna magari correre ad Haiti.

Sono profondamente convinto che anche gli impresari di pompe funebri abbiano gioito e che si freghino le mani ogni volta che c’è una epidemia di influenza: così muoiono tanti vecchietti.

E ho il fondato sospetto che i costruttori auspichino non la lotta al riscaldamento climatico ma un innalzamento dei mari anche al di sopra del previsto: quattromila chilometri di difese costiere da innalzare sono un business mica male.

Del resto, lo diceva già Bob Kennedy in un celebre discorso del marzo 1968 che

“Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana.

Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari.”

E Patrick Viveret, in un rapporto del 2020 al Governo francese sui nuovi criteri di ricchezza concordava sul fatto che il prodotto interno lordo comprende anche incidenti e inondazioni: “Ogni distruzione, allorché genera dei flussi monetari (riparazioni, cure, assicurazioni, sostituzioni ecc.), è contabilizzata positivamente.”

Quello che non sapevamo, ma che immaginavamo, e di cui ora abbiamo la conferma, è che c’è molta gente che ride quando qualcuno muore: i fabbricanti di armi quando scoppia una guerra, i costruttori quando crollano le case, i carri attrezzi quando qualcuno si schianta in autostrada. O che ci sono molti imprenditori che cinicamente non piangono: i produttori di latte avvelenato e cibi adulterati, gli spacciatori di medicine dannose o scadute, i proprietari di fabbriche pericolose, gli inquinatori consapevoli. Non c’è bisogno di essere trafficanti di droga o rapinatori per lucrare sul crimine: c’è una fetta importanterremoto-haitite della finanza e dell’impresa internazionale che si fonda sulla morte. Che ridere.

salomone Sostenibile, Territorio

Cosa si conosce della Pet Therapy

5 gennaio 2010

Roberto Marchesini

pet-therapyLe attività coterapeutiche assistite dagli animali stanno conoscendo una stagione di accresciuto interesse non solo dai media ma dalle stesse strutture socio-assistenziali con nuove possibilità di impiego per coloro che vogliono investire in questo settore occupazionale.  Alcune cautele tuttavia sono d’obbligo se non si vuole perdere questa importante opportunità. Troppe fandonie circolano su giornali e periodici, spesso ripetute pedissequamente da improvvisati relatori nei convegni, i quali ritengono che in fondo la pet therapy sia una sciocchezza e quindi non richieda una specifica preparazione.

Si sente perciò affermare che gli animali fanno bene perché emanano energie positive o assorbono la negatività (in un delirio taumaturgico da far impallidire i seguaci della new age), che la sola vicinanza del cane abbasserebbe la pressione sanguigna (e solo chi non ha mai avuto un cane può dire una tale idiozia), che l’animale fa bene perché stimola emozioni (ma anche la paura, il disgusto, la rabbia, la gelosia sono emozioni), che l’animale porta fuori ciò che di meglio c’è nella persona (e questo non ha bisogno di commenti e ben lo sanno i medici veterinari), che l’animale fa bene perché non giudica, non pone vincoli, non è in competizione insomma dà campo espressivo (ossia delirio allo schizofrenico, gioco eccitatorio all’iperattivo, comportamento di scherno e violenza da parte del bullo). Questo sovente porta una famiglia ad adottare un cane per il figlio autistico o a inserire degli animali all’interno di centri di salute mentale, con risultati ovviamente disastrosi.

Chi parla di pet therapy in questo modo non è interessato a questo ambito di lavoro, non ci crede e non intende applicarsi seriamente, ma semplicemente cavalca una moda e per farlo in modo agevole ne parla in modo demagogico e acritico. Le attività coterapeutiche assistite dagli animali, banalmente definite pet therapy, sono servizi che richiedono un’alta competenza e un’onestà di fondo, basata sul sapere che prodotto si offre e quali sono le leve per differenziarlo a seconda dei bisogni dell’utenza. Con il cane si possono fare diverse tipologie di attività - per esempio ludiche, collaborative, di cura, di esplorazione, di sollecitazione sensoriale, di apertura a nuove prospettive identitarie, solo per fare qualche esempio - e ciascuna di queste attività danno contributi evolutivi ed emendativi differenti, indicati per alcune tipologie di pazienti e controindicati per altri.

Nelle sedute il pet diventa un referente di relazione capace di indurre un processo di cambiamento che però dev’essere indirizzato nella direzione giusta. A differenze delle attività zootecniche, fondate su prestazioni che derivano direttamente dall’animale, le attività zooantropologiche si basano su contributi referenziali ossia di relazione che derivano pertanto dal tipo di attività di relazione implementate con l’utente ossia dalla dimensione di relazione in cui il paziente viene esercitato.

Se è vero che il medico curante deve indicare gli obiettivi per il suo paziente, è altrettanto vero che compito del comportamentalista individuare quali attività di relazione con il pet favoriscono il raggiungimento di detti obiettivi. Pertanto la prescrizione si basa sul tipo di attività da fare e non semplicemente nel portare un animale in seduta. Le attività comiche per esempio sono indicate per il bambino ospedalizzato ma assolutamente da evitare nei casi di bullismo. Allo stesso modo un’attività di cura è perfetta per dare autostima ma disastrosa in un anziano ansioso. Conoscere i contributi delle diverse dimensioni di relazione è perciò la base della prescrizione zooantropologica.

Il 30 gennaio 2010 partirà la XII edizione del corso SIUA “Pet Therapy - Zooantropologia Assistenziale“. Gli interessati sono inviati a visitare il sito www.siua.it o contattarci inviando una mail all’indirizzo di posta elettronica corsi@siua.it o ancora telefonicamente in orario d’ufficio allo 051/810387 o al 340/2513890.

claudia_g Formazione

A proposito di Copenaghen 2009….

15 dicembre 2009

earth1Carlo Bonzanino


La conclusione dell’articolo di Lucio Caracciolo dal titolo “L’America, la Cina e la sfida del clima”, pubblicato su la Repubblica del 1.12.2009 è emblematico. Un articolo corto, chiaro nella sua stringatezza, lineare e comprensibile, alieno da analisi e previsioni tecnico/scientifiche o da conclusioni manichee circa responsabilità o irresponsabilità, non poteva che concludersi così: “Insomma, la Terra è una e la specie umana pure, ma ci comportiamo come fossero tante (e in costante concorrenza fra loro, nota di chi scrive) ; non sarà Copenaghen a cambiarci la testa”.

Quest’ultima parola rimanda al titolo del libro, “La testa ben fatta”, di Edgar Morin, studioso francese che si è occupato del “pensiero complesso” e della complessità della vita e della natura umana; egli ci invita a riflettere “sull’attuale stato dei saperi e sulle sfide che caratterizzano la nostra epoca: la posta in gioco sono i nuovi problemi posti alla convivenza umana da una interdipendenza planetaria irreversibile fra le economie, le politiche, le religioni, le conoscenze di tutte le società umane” (dalla presentazione del volume citato Raffaello Cortina Editore).

In entrambi i casi, articolo e libro, la soluzione, ammesso che esistano soluzioni a quelli che definiamo ipocritamente “problemi ambientali”, passa per la “testa”, per la mente, per la sua sede anatomica, il cervello, in poche parole attraverso il pensiero dell’uomo. È naturalmente auspicabile, come dice Morin, che questa sia “ben fatta”: in grado cioè di leggere ed interpretare il mondo e la Terra nelle sue infinite manifestazioni e soprattutto se stessa, come parte integrante di un unico, globale, sistema complesso cui non può che corrispondere un pensiero complesso, aperto, collegato in sintonia, ricettivo, attento, accogliente, orientato all’empatia.

Come è auspicabile che le “teste” dei cosiddetti Grandi (pro tempore) su cui convergono le nostre aspettative, siano o vogliano essere a loro volta sufficientemente ”ben fatte” e possano individuare ed indicare se non soluzioni, almeno percorsi orientati a maggiore equilibrio, temperanza, giustizia, equità.

Non sarà certo Copenaghen a cambiarci la testa, come non lo è stata Kyoto, come non lo sono state Johannesburg o prima ancora Rio de Janeiro; primi vagiti di una “società ecologica” li ritroviamo o già nella prima Conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente umano tenutasi a Stoccolma nel 1972, il cui messaggio “umanistico” sembra essersi un po’ impantanato nelle sabbie mobili dell’egoismo umano ( 37 anni per immaginare ed adottare percorsi di cambiamento di “testa” non sono pochi…..).

Forse un reale, avvertibile cambiamento potremo solo verificarlo attraverso una graduale riforma del “pensiero” (sono affermazioni e prospettive di Edgar Morin) che non può che derivare da una riforma dell’insegnamento o meglio dell’educazione, di una rivalutazione del concetto di “rispetto”, della ricostruzione di condizioni relazionali che ridiano nuovo ossigeno a forme di fiducia e reciproco riconoscimento e investimento. Ci muoviamo purtroppo però ancora e sempre più avvolti in una circolarità perversa che ha i suoi poli in una moltitudine umana in crescente, inebetita concorrenza nella sua cieca rincorsa all’avere, da un lato, e dall’altro nella sua più o meno legittima e democratica rappresentanza (i cosiddetti “Grandi”) costituita da un “potere” tecnico/politico/economico/burocratico/pseudo religioso, utile solo a chi riesce ad arraffarne qualche lembo o a chi si adagia mollemente nel suo risucchio.

Il “pensiero dominante”, che ispira questo vortice, è la risultante attuale di un pensiero, dipanatosi nei secoli, che sta vedendo il prevalere della corrente “utilitarista, prevaricante e disgiuntiva” su quella “umanista, solidale e connettiva”. Se il messaggio che acriticamente ci trasmettiamo attraverso gli innumerevoli strumenti di comunicazione e relazione di cui dispone oggi l’umanità (in cui però di nuovo prevalgono quelli freddamente ed impersonalmente tecnologici a scapito di una Scuola, relegata a funzione di modesto “imparificio”) è il primo, non possiamo far finta di stupirci (se lo facciamo) per l’andamento eco-sociale o illuderci che chi ci rappresenta riesca, possa o voglia trasparentemente avventurarsi con fatica e rischio su percorsi di interesse e vantaggio globalmente indifferenziato e non solo di caste e gruppi di potere.

Forse può essere attraverso nuovi e fantasiosi slanci di “cultura”, di istruzione/educazione e di rinnovata sapienza – non limitata all’acquisizione individualistica di più e nuovi saperi - in una innegabilmente faticosa ma certamente più giusta crescita collettiva di “conoscenza”, che l’umanità potrà illuminare sentieri meno incerti ed impervi.

Non è certamente tardi per la Terra, che a quanto ci è dato sapere, vista da fuori, sarà forse un po’ meno blu e un po’ più grigia e potrà dare lavoro ai geografi impegnati nel ridisegnare coste e confini di continenti e terre emerse/sommerse. Forse non è tardi nemmeno per la qualità di vita complessiva raggiunta da una parte della specie umana e rincorsa da un’altra importante parte, che guarda sempre al futuro, per non ammettere e accorgersi di essere già dentro una discreta emergenza (perché dovrebbero scaldarsi tanto gli scienziati, i “Grandi”, e le loro coorti?).

Forse, però, oltre alle conferenze tematiche sui temi/problemi avvertiti come più urgenti e pressanti; nel caso attuale i cambiamenti climatici e la sequenza di problemi correlati, ma la continua perdita di suoli e territorio fertile per invasione umana, la perdita di biodiversità e di specie animali che viaggiano con noi, l’imbarbarimento nei rapporti sociali, l’imbruttimento dei paesaggi, la paura, l’incertezza, la precarietà crescenti sono forse “problemi ambientali” meno importanti che non incidono sulla qualità della nostra vita collettiva? Potrebbe essere utile una “conferenza permanente”di elaborazione e diffusione di “pensiero complesso”, una scuola-mondo per una società-mondo, capace di raccogliere e trasferire (perché già ci sono) elaborazioni ideali e concettuali ora troppo frantumate, disperse e osteggiate per poter essere sufficientemente incisive, capace di ispirarne l’avanzamento ed una pratica traduzione nel lavorio umano.

Potrebbe essere utile, forse, un ridimensionamento del potere dei politici, degli economisti, dei tecnocrati, degli scienziati per ridare credito e spazio alla cultura, ai pensatori, ai filosofi.

marta Energia

Il riscaldamento globale si batte anche con l’educazione

14 dicembre 2009

Mario Salomone

 

nov09_cop_ridContro il cambiamento climatico ci vogliono, certo, norme rigorose, accordi chiari e coraggiosi, mezzi finanziari consistenti, investimenti e misure concrete. Ma è anche necessario sviluppare conoscenze e competenze adatte a costruire una società capace di emettere meno gas serra, di affrontare problemi complessi, di tessere reti di relazioni e partenariati, di scegliere tra varie soluzioni possibili. La lotta al riscaldamento globale del pianeta non si fa solo con decisioni dall’alto o con innovazioni tecnologiche delegate agli “addetti ai lavori”. “Cambiare il sistema”, e non il clima, come dice uno degli slogan dei manifestanti giunti nella capitale danese per seguire la COP15, richiede partecipazione, collaborazione, consapevolezza, condivisione di obiettivi, nuove professionalità e rinnovamento di quelle esistenti.

 

Ci vuole insomma - accanto a una più decisa azione a livello di politiche nazionali e internazionali - una grande azione culturale, di formazione, di informazione, di sensibilizzazione a livello globale.

L’educazione ambientale e allo sviluppo sostenibile sono appunto gli strumenti indispensabili per un’azione di questo tipo.

C’è pertanto da augurarsi che la conferenza delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico in corso a Copenhagen lanci anche un forte appello a rafforzare l’educazione all’ambiente e alla sostenibilità, inserendola tra gli impegni richiesti ai Governi di tutto il mondo.

salomone Energia

Enel, il nucleare sul petto

11 dicembre 2009

t-shirt-atomica1Sono le giovani generazioni il leit motiv della campagna pubblicitaria lanciata da Enel. Fonti rinnovabili e centrali atomiche non fa differenza: tutto è messo sullo stesso piano di una “energia senza emissioni”.

Pagine e pagine a pagamento inneggiano alle reti intelligenti e a un’energia del futuro “competitiva e pulita”. Sembra di essere tornati agli anni ‘50 e ‘60, ai miti di uno sviluppo per tutti, di cui il rapporto del 1972 al Club di Roma avrebbe indicato i limiti e che la realtà di questi decenni ha dimostrato essere truffaldino, distritutivo per l’ambiente e per le società umane.

La vita, ci dice Enel, è “en rose”, basta affidarsi alle sue mirabolanti tecnologie. E incolpevoli adolescenti diventano “testimonial” del ritorno all’atomo, mettendo la loro giovinezza e le loro grazie al servizio dell’occupazione e della militarizzazione del territorio , della moltiplicazione dei rischi, della concetrazione degl investimenti e del potere nelle mani di pochi grandi gruppi, del saccheggio delle risorse idriche e di tutti gli altri risvolti negativi che il nucleare presenta. 

Il tutto sarebbe un contributo alla lotta al cambiamento climatico, in concomitanza con la conferenza mondiale di Copenhagen. Ma contro il climate change ci vuole un system change, non un po’ di centrali atomiche disseminate sul quel che resta dell’ex-Bel Paese.

salomone Energia

L’atomo sulla testa

9 dicembre 2009

pubblicita-enelMario Salomone

Le centrali nucleari sono ancora di là da venire (augurandoci comunque che non arrivino) ma per la pubblicità ENEL sono ormai cosa fatta, componente indiscussa dell’offerta energetica, tanto da essere diventate una presenza fissa nelle sue campagne pubblicitarie.

Ai bambini e ai ragazzi, le generazioni future delle inserzioni (beh, ammesso che le centrali si facciano, gli anziani non arriveranno a vederle…), l’ENEL promette un bengodi di energia di cui le centrali nucleari fanno parte. Il lavaggio del cervello è insomma cominciato, l’energia atomica, bocciata dall’economia, dalla logica e dalla sicurezza nonché da un referendum popolare, diventa un fatto preoccupantemente “normale”, che si insinua nel paesaggio delle fonti energetiche insieme alle altre fonti.

salomone Energia

Aspettando Copenaghen

2 dicembre 2009

terra_mano2Siti internet e giornali sono ricchi di articoli che riguardano il vertice ONU sul clima che si terrà dal 7 al 18 dicembre a Copenaghen. Grandi speranze sono state riposte in questa conferenza, durante la quale, a dodici anni dagli accordi di Kyoto, si cercherà di costruire una nuova intesa sul clima.

Oltre a regolare il periodo post 2012, data in qui il Protocollo di Kyoto cesserà di essere vincolante, il nuovo accordo dovrebbe coinvolgere importanti potenze mondiali, come gli Stati Uniti e i nuovi paesi emergenti, che non hanno firmato il precedente protocollo.

L’ambizione più alta è che si giunga ad un accordo globale, che sviluppi e prolunghi gli obiettivi di Kyoto. In realtà tanti sono gli interrogativi e i dubbi che sono già emersi prima dell’inizio dei lavori: si giungerà ad un protocollo condiviso a livello globale? Quale sarà il ruolo delle grandi potenze occidentali e dei paesi emergenti? Sarà realmente vincolante l’accordo che si concluderà?

Le voci e le riflessioni che si susseguono negli ultimi giorni sono altalenanti: gli Stati Uniti sostengono di voler ridurre le emissioni di CO2 del 4% entro il 2020 e del 32% entro il 2030, la Cina parla invece del 40-45% entro il 2020, mentre il Brasile sembrerebbe deciso a bloccare la deforestazione e a ridurre del 40% le emissioni di CO2 entro il 2020 .

Recente è inoltre la notizia della creazione di una prima bozza danese del documento da proporre ai Paesi riuniti per la conferenza ONU, in cui si propone di dimezzare entro il 2050 i gas serra prodotti; l’80% dei tagli dovrebbe essere effettuato dai Paesi industrializzati. Il picco delle emissioni di CO2 dovrebbe, sempre secondo il Governo danese, essere raggiunto entro il 2020.

Questa proposta però non è piaciuta al Governo indiano, che teme che ciò causi un blocco dello sviluppo economico per gli Stati di recente industrializzazione. Da New Dehli giunge la richiesta di non imporre un limite temporale per la riduzione di emissioni di anidride carbonica. Forse la disponibilità da parte dei Paesi industrializzati di offrire aiuti economici a quelli in via di sviluppo potrebbe aiutare a trovare un accordo condiviso globalmente.

Sicuramente uno dei problemi da risolvere durante il vertice sarà il rapporto tra Paesi sviluppati ed emergenti e gli eventuali aiuti economici da rivolgere a questi ultimi. Fino a questo momento però i Governi europei non hanno definito ancora alcun impegno finanziario.

Bisogna a questo punto chiedersi che ruolo avrà l’Italia a Copenaghen. Sembra che il Presidente del Consiglio Berlusconi si sia reso disponibile a partecipare al vertice, ma la Prestigiacomo ha preventivamente dichiarato che l’Italia non sarà disposta a firmare un accordo che vincoli legalmente solo alcuni paesi, come per il Protocollo di Kyoto.

Bisognerebbe anche riflettere sul fatto che in Italia il quadro di regole e incentivi relativi alle energie rinnovabili non risulta essere chiaro, complicando la scelta di chi, privati e aziende, scegliere di utilizzare fonti di energia poco inquinanti e verdi.

marta Energia

“Stia la suo posto!” colpisce anche Vercelli

5 ottobre 2009
Foto scattata da Franco

Foto scattata da Franco

Vercelli è una piccola città che soffre di alcuni mali, alcuni cronici e difficilmente guaribili, altri semplici da curare. Tra essi, la viabilità. Nel silenzio e nell’indifferenza/inazione di chi potrebbe - in realtà
dovrebbe - “vigilare”, si trascinano e diffondono comportamenti confliggenti con il “normale” senso etico. E non alludo al sommo ordine apprezzabile,ad esempio, in Alto Adige; alludo al “minimo sindacale” di senso etico…
Fa dispiacere! Soprattutto sapendo che Vercelli non è nata per essere violentata da orde di autovetture (basta guardare il tracciato stradale) e sapendo altresì che è bella  da calcare, tracciare, solcare a piedi e/o in bicicletta.
Inoltre, si aggiunge all’eccesso di autovetture in circolazione (anche nelle zone pedonali…), la deprecabile abitudine dei conducenti di parcheggiare “creativamente” anche su piste ciclabili, marciapiedi, ecc. (il tutto sempre nell’impunità più assoluta).
Tutto quanto premesso, tralasciando discorsi importantissimi e tragicamente attuali come salute, ben-essere, “vivibilità”, ecc.
Lascio alle immagini (ritraenti una pista ciclabile e un marciapiede!) il compito di narrare ciò che quotidianamente accade.
Pochi minuti prima di stendere questa breve premessa, leggendo un libro dell’illuminato/ante Luigi Zoja - celebre psicoanalista e scrittore - mi sono imbattuto in una pagina (vedere le sottolineature in rosso) dal sapore amaro che, riferita a ciò che ho premesso, fa sorridere a denti (molto) stretti.
Buone visione e lettura!
Franco

claudia_g Sostenibile

Senza cartelli più sicurezza

5 ottobre 2009

cartelli-stradalinoSi tratta di un’iniziativa per responsabilizzare gli automobilisti attraverso l’assenza di segnaletica stradale che li costringerebbe inevitabilmente a prestare più attenzione alla strada e alla guida.

Chi ci ha provato non ha dubbi: l’insicurezza è sicura. È la politica del traffico adottata nel paese di Dracthen in Olanda (22.000 ab.) dove, abolita ogni forma di regolamentazione e segnaletica stradale, la media cittadina di otto incidenti l’anno è piombata a zero. A Drachten, ora valgono solo due regole 1) precedenza a coloro che arrivano da destra; e 2) ciò che ostacola gli altri, sarà rimosso. Tradotta in pratica l’idea di un ingegnere locale, Hans Monderman, per il quale le regole non risolvono i problemi ma li aggravano, l’amministrazione ha avviato la “liberalizzazione” del codice della strada, “che lasci gli automobilisti a sbrigarsela da sé quando si tratta di stabilire chi ha la precedenza o decidere quando è bene rallentare. Non una deregolamentazione selvaggia bensì la creazione di spazi condivisi: aree semi-pedonalizzate allietate da alberi, zone verdi, fontane, aiuole dove le auto cessano di essere padrone indiscusse per diventare comproprietarie dello spazio insieme a pedoni e ciclisti”.

Il paradosso di Monderman è semplice: occorre rendere le strade più pericolose per aumentarne la sicurezza. Privati dei cartelli e disorientati dall’assenza della segnaletica a terra, gli automobilisti tendono ad alzare il piede dall’acceleratore e a guardarsi intorno. Un principio che è stato ripreso per il progetto europeo «Shared Space», cui partecipano sette Comuni in Germania, Belgio, Olanda, Danimarca e Gran Bretagna.

Due le possibili spiegazioni del successo di una scelta così radicale: l’alto senso civico della popolazione esaltato dall’assenza di “regole imposte”, oppure un accresciuto senso di timore che, nell’assenza di indicazioni comportamentali, induce cautela perché scontrarsi o investire qualcuno può far male, fisicamente ed economicamente.

La relazione uomo/società/ambiente è paradigmatica per quanto attiene al discorso delle “regole”: non c’è forse settore che abbia visto un proliferare di norme, leggi, impegni, accordi come quello che nel corso degli ultimi decenni ha caratterizzato il discorso “ambientale”: anche in questo caso spesso disattese, aggirate, eluse.

Forse perché siamo ancora carenti della regola fondamentale, che condiziona l’osservanza di tutte le altre, una regola di valore generale che non può essere scritta in quanto non comporta sanzioni, che nasce solo dal rispetto e dal convincimento profondo che la qualità della nostra vita è strettamente correlata a quella del nostro intorno fatto di ambienti, naturali e artificiali, e da altri esseri viventi.

giulia_m Sostenibile