Domande di un eco-consumatore

21 aprile 2011

Domande di un eco-consumatore 1

«Questo pollo costa 3 euro! È pochissimo!».
«Ne abbiamo un sacco da far fuori, sono prossimi alla scadenza. Prima di buttarli… ne prenda, al limite se non lo usa, lo butta lei: sono solo 3 euro».
La domanda è: il valore del pollo sta nel suo prezzo? Se scegliamo di mangiarne uno, andiamo a comprarlo, morto, incellophanato. I 3 euro, allora, individueranno sì il costo della “produzione” (ovvero la vita del pollo é la somma dei costi sostenuti dall’allevatore/produttore: mangimi, gestione dello stabilimento, trasporti), ma non dimentichiamone altri. Die esempi? Il costo ambientale e quello (più etico) che ha il (de)privarlo della propria essenza di essere vivente.

Domande di un eco-consumatore 2

Il cartello dice: «pane a 1,80 euro al kg»
Ma se per comprare una farina appena viva (ricca dei nutrienti naturalmente contenuti nei grani) devo spendere almeno il doppio, come potrà costare così poco il pane? D’accordo le economie di scala, ma anche a ragionar solo in termini economici, in quell’euro e ottanta centesimi come fa a starci pure tutto l’invenduto, che nel settore della panificazione non è per nulla irrisorio?.
Beh, per esempio, le produzioni sono centralizzate, la farina è macinata una volta all’anno se non più di rado, il prodotto semilavorato viene congelato e consegnato alle varie panetterie/panifici, l’aggiunta di glutine aumenta i volumi: cresce la celiachia ma non “lievitano” i costi…

claudia_g Sostenibile, Territorio

Alimentazione e sostenibilità

21 aprile 2011

Margherita Calosso, Marta Angelotti, Daniela Marchetti

Quando ci sono Paesi interi che sfamano popolazioni lontane e “civiltà” che consumano oltre il necessario, l’equilibrio è difficile da trovare.
Siamo fatti di ciò di cui ci nutriamo, sia questo “mangiato”, vissuto, provato. Ed è bello pensare che la ragione per la quale da una medesima ricetta possano sortir due torte diverse, stia nella possibilità (o capacità) di aggiungere tutti quegli ingredienti che contribuiscono a “dare vita” e che non necessariamente si possono acquistare in un negozio.
La torta non servirà solo a darci carburante, ma a nutrirci.
La maggior parte di noi lettori, ha quotidianamente la possibilità di scegliere cosa e come mangiare. A casa o fuori casa. Forse, non tutti possono trovare il tempo (ingrediente spesso trascurato) per procurarsi e prepararsi i pasti al meglio delle proprie aspettative di gusto e golosità (per altro un lusso forse trascurabile almeno in parte della settimana), ma sicuramente si ha la possibilità di orientare le proprie scelte e i propri acquisti in direzione di una maggior salubrità e un minor impatto ambientale e sociale.
A casa come fuori, possiamo mettere sui piatti della bilancia il cibo mangiato e quello buttato, gli imballaggi usati per conservarlo e trasportarlo (si veda per esempio la voce “negozi sfusi” su internet), i valori nutrizionali e gli additivi “superflui”, compresa la relazione tra il suo costo/prezzo e il valore.

Conoscere per comprendere
Ristoranti, gastronomie, negozi che si impegnano nella ricerca di prodotti di miglior “qualità”, gruppi di acquisto solidale (GAS – www.retegas.org) che nella dimensione più familiare si sostengono per promuovere un’economia che metta al centro le persone e le relazioni. Studiosi, artigiani, coltivatori che con il nostro supporto possono far fruttare i loro saperi, le loro arti .
Quando procurarsi il cibo non è più un’azione autonoma, bensì necessita del lavoro altrui, quello che potremmo fare è sostenere, comprendere, valorizzare queste arti, in cambio di un cibo più ricco, di un’alimentazione più completa.
La propria coerenza, ogni singolo, la valuterà secondo la propria situazione personale (stile di vita, priorità, esigenze di salute o familiari…), ma condividere alcune riflessioni e cercare insieme delle vie da percorrere può alleggerire il carico lungo il cammino.
Conoscere ci permette di comprendere, di apprezzare. Conoscere una persona, o un’anima, ci permette di dare e ricevere. “Oggettivare”, generalmente, ci permette solo di usare .

Il cibo, da componente relazionale a oggetto
Il cibo è stato per tutta la storia dell’umanità un elemento primario di connessione con gli altri viventi, con l’acqua, con il suolo. E tale è ancora per la metà degli abitanti del Pianeta, che coltivano la terra per sfamare sé e altri. Ma per l’altra metà – per le persone che con ritmo crescente si sono concentrate a vivere nelle città – il cibo ha via via perso le sue caratteristiche relazionali ed è diventato progressivamente un “oggetto”, un’impersonale fonte di energia.
La busta di plastica che contiene foglie di insalata, o un cosciotto di pollo, o un filetto di sogliola, non trasmette più nulla su questi viventi, sui luoghi in cui hanno vissuto, sulle persone che di loro si sono occupati.
Questa perdita di vicinanza – e di possibile relazione affettiva – si accompagna a una straordinaria moltiplicazione dei passaggi che si interpongono tra noi e le altre creature che ci consentono di vivere. Anche il linguaggio – impersonale e nominale – sottolinea la lontananza, la perdita di contatto: si parla di produzione e di consumo.
Nell’arco di un secolo, il 900, l’alimentazione umana è stata presa in carico dal paradigma produzionista (Lang & Heasman, 2004). La rivoluzione agricola e chimica, la trasformazione dei trasporti e l’industrializzazione dei processi di trasformazione e conservazione hanno contribuito a trasformare la produzione di cibo, locale e su piccola scala, in una produzione concentrata e in una distribuzione di massa su scala planetaria.
Nonostante le promesse che hanno accompagnato il paradigma produzionista, molti problemi non sono stati risolti, e nuovi problemi sono emersi. Lo straordinario aumento nella produzione alimentare non ha impedito che aumentasse il numero di persone che soffrono la fame. Oggi si produce più cibo pro-capite al mondo di quanto sia mai stato prodotto in passato eppure una persona su sette non si nutre a sufficienza. Inoltre, accanto al miliardo di persone che soffrono di inedia , un miliardo soffre di malattie connesse al sovrappeso, quali diabete e disturbi cardio-circolatori. E ogni tappa della complessa filiera che attualmente sta alla base della produzione e distribuzione industriale di cibo è accompagnata da aspetti problematici: la dipendenza dai combustibili fossili (per la produzione di fertilizzanti e pesticidi, per i macchinari, per i trasporti), l’uso di additivi chimici potenzialmente tossici, le condizioni di stabulazione degli animali, gli inquinamenti presenti in coltivazioni e allevamenti intensivi, i trattamenti iniqui dei lavoratori, il consumo di acqua… sono solo alcuni degli elementi di insostenibilità che rendono necessari e urgenti cambiamenti di strategie politiche, di organizzazioni, di mentalità.

Che ruolo per l’educazione?
In buona misura l’educazione affronta il tema dell’alimentazione in modo frammentario:
-    trattando la struttura e le funzioni del corpo umano si introducono concetti legati alle sostanze nutritizie, ponendo l’attenzione sulla relazione cibo e salute umana attraverso le campagne di educazione alimentare. La chiarezza di queste nozioni viene però costantemente confusa dal continuo flusso di messaggi contradditori a cui gli studenti di ogni età sono sottoposti: la presenza di alcuni distributori di snack preconfezionati a scuola e i messaggi pubblicitari che raccontano mezze verità  (se non vere e proprie bugie) veicolando immaginari salutari sui prodotti che pubblicizzano, sono un esempio di incoerenza tra ciò che si “studia” e ciò che si “vive”.
-    trattando il tema delle relazioni alimentari tra i viventi i testi, nella maggioranza dei casi, ci presentano immagini di catene e piramidi alimentari in cui l’essere umano è raramente rappresentato come parte integrante delle dinamiche degli ecosistemi. Introdurre l’essere umano nella rappresentazione della catena alimentare – ad esempio – non solo aiuterebbe a porre attenzione sul concetto di interdipendenza con i sistemi naturali, ma porterebbe ad interrogarsi su quali siano i passaggi peculiari che caratterizzano la catena alimentare dell’essere umano.

Questa strategia permetterebbe di mettere quindi a fuoco i flussi di materia ed energia sussidiari che sostengono l’attuale modello di produzione alimentare.
A seguito di questo sarebbe allora possibile iniziare a evidenziare le diverse implicazioni ambientali di una dieta vegetariana e di una a base di carne.
Nei testi scolastici di biologia moderna si citano ricerche di avanguardia, relative alla produzione di piante (e oramai anche animali) geneticamente modificate, alle applicazioni biotecnologiche nella catena produttiva del cibo, alla nutrigenomica, che mira a personalizzare le scelte alimentari per maggior tutela della salute umana. L’enfasi è portata sul ruolo delle scienze della vita per il miglioramento del benessere individuale, senza esplicitare però cosa questo implichi a livello globale in termini di flussi di energia e materia coinvolti.

La prospettiva ecologica
Un’alternativa alle proposte sopra accennate è la prospettiva “ecologica” sul cibo e sull’alimentazione.

Gli autori la propongono sottolineando che l’idea di base è quella di riconoscere le mutue dipendenze, le relazioni simbiotiche e forme più sottili di manipolazione. Questa prospettiva elabora una visione più olistica sulla salute e sulla società rispetto alla visione “biologica” sopra accennata, e il suo scopo è di salvaguardare la diversità ecologica. Rispetto a questa prospettiva, ci piacerebbe che parlando di cibo a scuola si potesse ricomporre – almeno in una certa misura – il legame spezzato non solo sul piano cognitivo, ma anche sul piano delle relazioni e dei valori.
Il tema dell’ alimentazione ci permette di aiutare i giovani a prendere coscienza che ciò di cui ci nutriamo ci è dato da altri viventi (per questo va rispettato e consumato con parsimonia e consapevolezza), che ciò che introduciamo nel nostro corpo diviene parte di noi (va quindi scelto con cura, perché da esso dipende la nostra salute), che il cibo è anche un atto sociale che accomuna le persone in una dimensione di convivialità, che i contadini sono elementi preziosi e insostituibili della società e le loro conoscenze vanno tutelate e rispettate.
La coerenza nell’azione può essere sostenuta dalla consapevolezza delle reti di interdipendenze e del loro valore.

Bibliografia

Lang, Barling, Caraher, Food Policy: Integrating Health, Environment and Society. Oxford University Press, 2009.
Millstone – Lang,The atlas of food. Who Eats What, Where and Why. Second Edition Publisher: Earthscan, 2008.
Patel, I padroni del cibo, Feltrinelli, Milano 2008.
Saint Amour di Chanaz G., Cosa mangia il pollo che mangi? Dal mercato globale al buon cibo locale. Conoscere, scegliere, costruire nuove economie a partire dell’alimentazione, Arianna Editrice 2008.
Scherr – Sthapit, Agricoltura e uso del territorio per raffreddare il pianeta. In State of the World 2009, Ed. Ambiente, Milano 2009.
Shiva, Ritorno alla terra, Fazi Editore, Roma 2009.

Web
www.nutritionecology.org: sito ufficiale del Centro Internazionale di Ecologia della Nutrizione (NEIC), comitato scientifico interdisciplinare preposto allo studio degli impatti delle scelte alimentari lungo tutta la catena di produzione e consumo del cibo, relativamente alla salute, all’ambiente, alla società e all’economia.
www.fcrn.org.uk: sito ufficiale del Food Climate Research Network, centro di ricerca britannico i cui obiettivi sono capire come il sistema alimentare contribuisce alle emissioni di gas a effetto serra e promuovere la possibilità di una loro riduzione.
www.sustainweb.org: sito americano che rappresenta circa 100 organizzazioni nazionali di interesse pubblico che lavorano a livello internazionale, nazionale, regionale e locale. L’alleanza per un cibo e un’agricoltura migliore sostiene le pratiche e le politiche alimentari e agricole che migliorano la salute e il benessere delle persone e degli animali, migliorano l’ambiente di lavoro e di vita, arricchiscono la società e la cultura e promuovono l’equità.
www.casadelcibo.org: sito che si propone di diffondere la consapevolezza alimentare. Particolarmente interessante per la sezione biblioteca-mediateca.

claudia_g Energia

Biodiversità e cambiamenti climatici

23 dicembre 2010

«Cambiamenti climatici e specie non autoctone rappresentano due delle più grandi minacce per la biodiversità. Il danno a livello mondiale provocato dalle sole specie invasive ammonta a più di 1,4 miliardi ogni anno, il 5% dell’economia mondiale, con conseguenze in una vasta gamma di settori tra cui agricoltura, silvicoltura, l’acquacoltura, il trasporto, il commercio e la produzione di energia». Questo dato allarmante, simile alla percentuale di danni causati dal riscaldamento globale, è riportata nel recente rapporto pubblicato dal GISP, Global Invasive Species Programme, finanziato dalla Banca mondiale: “Invasive species, climate change and ecosystem based adaptation: addressing multiple drivers of global change”.
Il rapporto evidenzia come l’effetto combinato del cambiamento climatico e delle specie invasive può essere devastante non solo per l’ambiente, ma anche per l’economia costando ai Paesi il 10% del Prodotto Interno Lordo.
Il rapporto sottolinea in particolar modo tre punti:
1)    il cambiamento climatico, direttamente o indirettamente, facilita l’introduzione e la diffusione di specie aliene
2)    le specie invasive possono aumentare la vulnerabilità degli ecosistemi rispetto ai fattori di stress causati dai cambiamenti climatici e influire negativamente sulla loro capacità di ridurre la concentrazione di gas serra
3)    gli ecosistemi e gli effetti positivi che essi producono possono quindi essere difesi impedendo l’introduzione di nuove specie invasive e controllando o eliminando quelle già presenti
Concorde è il Living Planet Report 2010, redatto dal WWF per descrivere lo stato di salute della Terra, che individua come principali minacce per la biodiversità i cambiamenti climatici e la diffusione delle specie invasive. Ad essi si aggiungono perdita, alterazione e frammentazione degli habitat, sovrasfruttamento delle popolazioni selvatiche e inquinamento.
Anche se i cambiamenti climatici non sono nuovi nella storia geologica della Terra il clima oggi muta a una velocità dieci volte superiore rispetto alle precedenti ere glaciali. Nel numero di giugno 2007 di Natura 2000 viene riportato che «in base a un campione di modelli di distribuzione delle specie è stato calcolato che il 20-30% di queste ultime è a rischio di estinzione se la temperatura aumenta di 1.5-2.5°C». Questa affermazione dimostra quanto i cambiamenti climatici siamo oggi considerati una seria minaccia per la biodiversità.
Anche se i mutamenti della distribuzione di specie, dei periodi di fioritura e delle migrazioni degli uccelli sono effetti visibili del cambiamento climatico, il legame tra aumento di temperatura e perdita di biodiversità non è sempre stato preso in considerazione.
Nel 1992, con la convenzione quadro sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite, ha iniziato a prendere forma la politica sul cambiamento climatico. Con il primo rapporto dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) sono stati annunciati interventi finalizzati all’abbattimento delle emissioni di gas a effetto serra. Queste proposte sono state poi ribadite e rafforzate nel 1997 con la firma del Protocollo di Kyoto. È invece del 2007 l’impegno da parte dei capi di governo europei di ridurre entro il 2020 almeno del 20% le emissioni di gas a effetto serra rispetto ai livelli registrati nel 1990.
Novità interessante ha costituito la comunicazione del 2006 della Commissione sulla biodiversità, “Arrestare la perdita di biodiversità entro il 2010 e oltre”, che ha preso in considerazione il legame tra diversità biologica e cambiamento climatico. Essa ribadisce la necessità di ridurre l’emissione di gas e di sviluppare politiche ambientali che sostengano la biodiversità nell’affrontare i cambiamenti climatici.
«La biodiversità avrà una maggiore resilienza – viene affermato in Natura 2000 – e si adatterà meglio al clima che cambia se sapremo garantire un corretto stato di salute dei nostri ecosistemi». Per fare ciò devono essere ridotti i fattori che esercitano pressione, come l’uso intensivo delle terre, la frammentazione degli habitat, un eccessivo sfruttamento delle risorse, la diffusione di specie invasive non autoctone e l’inquinamento.

Quali possibili soluzioni?
Il Gisp a ottobre 2010 ha invitato i delegati della Cop 10 riuniti a Nagoya, in Giappone, a prendere seriamente in considerazione l’azione combinata dei cambiamenti climatici e della diffusione di specie aliene per potere salvare la biodiversità della Terra e le risorse naturali necessarie alla nostra sopravvivenza.
«Preservando ecosistemi sani e vitali – riporta Natura 2000 – è possibile contenere la concentrazione di gas nell’atmosfera poiché le foreste, le torbiere e altri habitat sono in grado di assorbire carbonio e fungere da veri e propri “pozzi di rimozione” naturali. Ecosistemi ben preservati possono inoltre contenere gli effetti negativi di eventi metereologici estremi che, secondo le previsioni, continueranno ad aggravarsi a causa del riscaldamento del pianeta».
Le aree protette ricoprono un importante ruolo nel garantire il funzionamento degli ecosistemi e la fornitura dei servizi ecosistemici. Per preservare la biodiversità, che supporta i servizi ecosistemici, è necessario creare una rete di aree protette, che permetta di mantenere le condizioni ambientali necessarie per la conservazione a lungo termine della natura.
«Per valorizzare la biodiversità e i sistemi ecosistemici – secondo il Living Planet Report 2010 – allo scopo di facilitare gli investimenti è necessario un sistema di misurazione del valore della natura appropriato». I governi dovrebbero  tener conto dei servizi ecosistemici nelle analisi costi-benefici che guidano le politiche in materia di uso del suolo e permessi di sviluppo.
La prima azione dovrebbe quindi essere la stima del valore della biodiversità e dei sistemi ecosistemici da parte dei governi. Ciò, secondo lo studio del WWF, provocherebbe nuovi finanziamenti dedicati alla conservazione della biodiversità.

marta Territorio

Balena Project: the last show

25 novembre 2010

Les Funerailles de la Baleine ha costituito l’epilogo del BalenaProject , un vero e proprio work in progress concepito nel 2002 e iniziato ufficialmente nel 2004.
Come dice il nome del progetto la protagonista è una balena realizzata secondo la morfologia di una balenottera Physalus: lunga 24 metri è stata realizzata in tessuto di lana dall’artista Claudia Losi.

L’idea è nata grazie all’intrecciarsi di memorie: i cetacei che millenni fa nuotavano tra le colline dell’Appennino settentrionale. Dal 2004 ad oggi il Balena Project ha viaggiato in Italia e all’estero (Francia, Norvegia, Inghilterra, Ecuador).
Tra il 16 e 17 ottobre si è assistito all’epilogo di questo viaggio e al funerale del cetaceo di lana, che è stato disfatto seguendo un rito particolare che rimanda a un concetto di ecologia dell’arte. Distruggere per ricreare.
Due personalità d’eccezione hanno condotto la veglia funebre: lo stilista Antonio Marras e il cantautore Vinicio Capossela. Il primo ha realizzato delle giacche unisex a partire dal tessuto di cui era fatta la balena, il secondo ha accompagnato una parte della performance con suoni, canzoni, letture assieme all’intervento musicale dei Cabo San Roque di Barcelona.

Nel 2011 è previsto un post-epilogo: in un’ulteriore tappa del progetto verranno presentate le giacche e gli oggetti nati da questa veglia performativa, nonché un cortometraggio che documenterà il tutto.

Stefano Moretto

claudia_g Pianeta azzurro

Piccolo viaggio nella follia umana

10 ottobre 2010

Mario Salomone

SPQT, sono pazzi questi terrestri? Sembrerebbe di sì e sfogliare una rivista può offrire un piccolo agghiacciante viaggio attraverso la follia umana, che è ben diversa da quella magistralmente raccontata da Ascanio Celestini in La pecora nera.

Prendiamo ad esempio Il venerdì di Repubblica dell’8 ottobre 2010.

La bella pensata di una archistar: circondare Venezia con una barriera di grattacieli

Il primo impatto è a pagina 25: una archistar olandese (Julien de Semdt) propone una diga di grattacieli attorno a Venezia per salvarla dalle acque.

Waterwolrd (1995): il mondo sommerso dalle acque in seguito allo scioglimento dei ghiacci polari

 Un appartamento con vista su Venezia si vende senz’altro molto bene, peccato per Murano e Burano, finite sottacqua e per l’intera costa adriatica da Monfalcone al delta del Po, che da qui a 50 anni è destinata a sparire se il riscaldamento globale provocherà il previsto innalzamento di mari e oceani. Pazienza se il mondo del futuro potrà assomigliare a quello del film Waterworld (1995, protagonista Kevin Kostner, con la Terra quasi completamente sommersa dallo scioglimento delle calotte polari): sono convinto che molti imprenditori già si fregano le mani all’idea, facendo scongiuri perché le emissioni di CO2 non si fermino: gli affari sono affari (altro che le risate per il terremoto dell’Aquila).

Saltiamo a pagina 69: negli Usa hanno inventato (ovviamente con tanto di brevetto) il salmone transgenico, che cresce in metà tempo.

Il salmone OGM cresce a velocità doppia del normale

 Ma forse la notizia più inquietante è a pagina 71: un geografo invita a guardare con ottimismo al 2050. Il mondo sarà sottacqua salata (come abbiamo visto, Venezia sarà magari contornata da una catena di grattacieli frangiflutti) e senza acqua dolce, ma chi avrà investito nell’artico farà affari d’oro. Venderà, via nave cisterna, acqua potabile a un mondo assetato e cibo a un mondo affamato. Palazzinari e immobiliaristi avranno diversificato il business, costruendo non solo intorno a Venezia, ma a Nuuk (Groenlandia) e a Dudinka (Russia), le nuove metropoli del futuro.

A tutto business anche nell'Artico

Allora (se non ci saremo estinti prima, facendoci male da soli) saremo 9,2 miliardi, ma che pacchia per qualche migliaio di ricchi lungimiranti. Quelli cascano sempre in piedi.

A pagina 138 una ulteriore conferma della follia umana: aumentano i SUV (che meglio di altri modelli reggono la crisi).

Per non farci mancare nulla, ecco a pagina 38 gli scozzesi in lotta contro il divieto di caccia alla foche: che diamine, il borsellino del costume tradizionale è fatto con la pelle del simpatico mammifero. E a pagina 76 veniamo a sapere della strage annunciata di tassi in Inghilterra, accusati di essere i terribili propagatori della TBC bovina.

Per fortuna, c’è anche chi, come Chris Carlsson (pagina 121), padre della Critical Mass, lavora per la diffusione della bicicletta e, sul fronte dell’auto, c’è anche chi al SUV preferisce l’auto elettrica, di cui si prevede il boom nei prossimi anni (pagina 138).

Insomma, se l’umanità procede verso il baratro, c’è anche chi cerca di trattenerla prima dell’irreparabile.

salomone Energia, Pianeta azzurro, Sostenibile

Ti balena un pensiero?

24 settembre 2010

L’Istituto per l’Ambiente e l’Educazione Scholé Futuro Onlus, il Pianeta azzurro e la rivista .eco, l’educazione sostenibile partecipano al progetto “Balena Project” e invitano tutti a lasciare un segno per trasmettere il “mito” sulle balene.

L’EVENTO

Nel weekend del 16 e 17 ottobre la balena costruita con 24 metri di lana dall’artista Claudia Losi si è trasformata. La sua “pelle” è stata utilizzata da alcuni sarti specializzati per creare almeno 5 giacche e numerose shopping bags.

Conosci o vuoi ideare una poesia, una frase, un racconto, un disegno su un cetaceo che ti ha particolarmente colpito?

Postalo su questo blog e tutto il materiale pervenuto verrà consegnato a Claudia Losi.  Le frasi più significative saranno riportate su pezzi di stoffa per essere poi cucite all’interno delle giacche e delle shopping bags.

UN LIBRO PER I CETACEI

Il progetto “Balena Project” non terminerà con l’appuntamento di Biella perchè tutti i pensieri saranno raccolti in un libro, realizzato in collaborazione con l’Istituto per l’Ambiente e l’Educazione Scholé Futuro. Un modo per “strapparli” ai tempi rapidi ed effimeri del web e trasmettere alle generazioni presenti e future il mito, la poesia e le leggende che avvolgono questi meravigliosi cetacei.

Con i proventi della vendita della pubblicazione si vuole finanziare un gruppo di ricerca che si impegni a monitorare e salvaguardare la vita degli animali che vivono all’interno del Santuario dei Cetacei.

Se ti balena un pensiero scrivilo sul blog: entrerai anche tu a far parte del progetto “Balena Project”!

claudia_g Pianeta azzurro

Educazione Ambientale, allarme tagli

4 agosto 2010

tagli-ea2A Roma 21 posti di lavoro a rischio nei LEA

Da anni l’educazione ambientale subisce un costante taglio di risorse, sia direttamente sia indirettamente (a causa delle ridotte risorse delle scuole, dei parchi, dei musei ed ecomusei e di altri enti).
Ma il 2010, anno internazionale della biodiversità, rischia di essere un anno nero per la diversità culturale delle iniziative nel campo dell’EA. Un’inchiesta del sito Eco dalle città riporta dati allarmanti per alcune regioni, mentre un gruppo di collaboratori dei sette Laboratori di Educazione Ambientale della Provincia di Roma (LEA) ci scrivono per denunciare la gravità della loro situazione. Educazione ambientale, infatti, non vuol dire solo sensibilizzazione dei cittadini, ma anche attivazione di risorse economiche, posti di lavoro, vitalità di strutture che innescano a catena processi virutosi.
I 21 operatori precari contrattualizzati presso la società in house dell’ente Capitale Lavoro SpA (di cui è socio unico al 100%) vedranno certamente non rinnovarsi il proprio contratto di lavoro.
«La nostra storia ormai decennale – raccontano – è fatta di contratti ‘atipici’ dei più svariati tipi dopo l’ingresso della legge 30 (impropriamente detta Legge Biagi); questa assunzione nella Società avrebbe dovuto portarci alla fine del triennio 2007-2010 a TD, verso una stabilizzazione a TI. Invece si va verso l’ignoto! Se tutto va bene torneremo alla situazione originaria dei contratti a progetto, a chiamata, prestazione occasionale ecc. Solo che c’è una piccola differenza: siamo dieci anni più vecchi, considerando che l’età media oscilla ormai tra i 35 e i 40 anni (c’è una persona anche over 60). Abbiamo mutui, affitti, rate da pagare, spese giornaliere! Ebbene la Società per cui ancora lavoriamo (per poco), si rifiuta di rinnovarci i contratti, nonostante siano stati presi chiaramente accordi con Regione Lazio e Provincia di Roma per la nostra stabilizzazione tre anni fa! Una Società controllata al 100% dal pubblico che detta le regole ai controllori stessi!!! Assurdo!».

claudia_g Formazione

Marketing del precariato

6 luglio 2010

marketing-burocraticoT. C.

Questo che vi raccontiamo è un caso di “marketing del precariato”.
Perché? Perché se tu prendi venti ore – obbligatoriamente, perché le cattedre sono frammentate, in ore qua e là – in Piemonte si direbbe una sorta di “scarabìa didattica”- sei pagato, comunque, per diciotto ore, in quanto la tua aliquota risulta essere più alta, e quindi la tassazione è maggiore. Allora, viene da domandarsi che senso aveva, al momento della nomina, prendere due ore in più per ammortizzare una parte delle spese, se poi le due ore in più non vengono – con questo escamotage – retribuite. È un marketing burocratico, ed equivale, come nel periodo dei saldi, a prendere un articolo che tu pensi di pagare al 50%, invece il prezzo è stato maggiorato e, quindi, l’offerta non c’è…. Quando si è posto il problema se la retribuzione corrispondesse, solo allora il problema è venuto fuori in tutta la sua chiarezza… burocratica. Precari, anzi, flessibili, o corpo docente in mobilità a tempo indeterminato, o prendete meno di diciotto ore, o prendete la cattedra canonica di diciotto ore, oppure il massimo delle ore possibili – altrimenti non vi conviene.
Un contratto scolastico da venti ore, ma pagato come se fossero diciotto. Un contratto che comporta la suddivisione dell’orario di lavoro su tre comuni. Spese a carico del lavoratore, naturalmente. Sembrano controsensi; e può essere: ma sono situazioni reali. Che importanza ha che una realtà sia un controsenso sotto il profilo dell’equità, se poi il controsenso è una realtà?
“Alla fine della fiera ci sono sessantatre euro di differenza tra un contratto di lavoro di diciotto ore e un contratto di lavoro di venti ore su tre comuni. Allora, lasciatemi dire che io, comunque, lavoro per diciotto ore, in concreto. Lasciatemelo almeno dire!”

claudia_g Formazione

Mario Salomone all’ONU per parlare di sostenibilità

3 maggio 2010

marioMario Salomone, presidente dell’Istituto per l’Ambiente e l’Educazione Scholé Futuro Onlus e della rivista .eco, l’educazione sostenibile, sarà uno dei rappresentanti della delegazione del Governo italiano alla sessione annuale della Commissione per lo sviluppo sostenibile dell’Onu, istituita dall’Assemblea generale dell’Onu nel 1992.
Quest’anno la Commissione si riunirà a New York dal 3 al 14 maggio 2010, seguita dalla prima riunione del Comitato Preparatorio della Conferenza delle Nazioni Unite sullo Sviluppo Sostenibile che si svolgerà in Brasile nel 2012.
Il professore Salomone è membro del Comitato scientifico nazionale italiano Unesco del Decennio delle Nazioni Unite per l’educazione allo sviluppo sostenibile (2005-2014), del Gruppo di lavoro della Regione Lombardia sull’educazione ambientale nei parchi e nelle aree protette e del Consiglio di Amministrazione della Fondazione Aurelio Peccei.
È, inoltre, segretario generale della rete internazionale di educazione ambientale Weec (World Environmental Education Congress) che ogni due anni organizza i congressi mondiali del settore.
Considerando che tra gli argomenti al centro della diciottesima sessione della Commissione figurano l’elaborazione di un insieme di programmi decennali sui modelli di consumo e produzioni sostenibili, la pluriennale esperienza del professore Salomone permetterà di rappresentare l’Italia all’Onu sui temi dello sviluppo sostenibile con passione e competenza.

Leggi la notizia su Bergamo sera.com

claudia_g Energia

Alla cortese attenzione del Direttore della Stampa e del dr. Sugliano

31 marzo 2010

mirrorAnnelise Caverzasi

“…quando la Bresso  si guarda allo specchio si rovina già la giornata perché vede la Bresso” Lacan, lo psicanalista , direbbe molte cose su questa ‘esternazione’, sullo specchio. Gli sfuggirebbe, forse, che qualcun altro, guardando lo specchio, non vede nulla. Non per opacità dello specchio né perché si tratti dello specchio della matrigna di Biancaneve, e neppure perché si tratti di un vampiro. Lo specchio, semplicemente, non può riflettere quello che non c’è.
Come donna, mi chiedo perché questi continui riferimenti alle donne, la Bresso, la Bindi e perché questa carenza di autocritica estetica….
Mi pare un sultanato misogino è, certamente invece, una discriminazione di genere.
Tiziana Carena, insegnante di Scienze Sociali/ filosofia/Comunicazione per avere le 18 ore/precarissima nonché autrice del libro La pneumatologia teologico-estetica di Vincenzo Gioberti (Mimesis, Milano, 2010) per ricordare il sommo filosofo risorgimentale.

claudia_g Energia