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A proposito di Copenaghen 2009….

15 dicembre 2009

earth1Carlo Bonzanino


La conclusione dell’articolo di Lucio Caracciolo dal titolo “L’America, la Cina e la sfida del clima”, pubblicato su la Repubblica del 1.12.2009 è emblematico. Un articolo corto, chiaro nella sua stringatezza, lineare e comprensibile, alieno da analisi e previsioni tecnico/scientifiche o da conclusioni manichee circa responsabilità o irresponsabilità, non poteva che concludersi così: “Insomma, la Terra è una e la specie umana pure, ma ci comportiamo come fossero tante (e in costante concorrenza fra loro, nota di chi scrive) ; non sarà Copenaghen a cambiarci la testa”.

Quest’ultima parola rimanda al titolo del libro, “La testa ben fatta”, di Edgar Morin, studioso francese che si è occupato del “pensiero complesso” e della complessità della vita e della natura umana; egli ci invita a riflettere “sull’attuale stato dei saperi e sulle sfide che caratterizzano la nostra epoca: la posta in gioco sono i nuovi problemi posti alla convivenza umana da una interdipendenza planetaria irreversibile fra le economie, le politiche, le religioni, le conoscenze di tutte le società umane” (dalla presentazione del volume citato Raffaello Cortina Editore).

In entrambi i casi, articolo e libro, la soluzione, ammesso che esistano soluzioni a quelli che definiamo ipocritamente “problemi ambientali”, passa per la “testa”, per la mente, per la sua sede anatomica, il cervello, in poche parole attraverso il pensiero dell’uomo. È naturalmente auspicabile, come dice Morin, che questa sia “ben fatta”: in grado cioè di leggere ed interpretare il mondo e la Terra nelle sue infinite manifestazioni e soprattutto se stessa, come parte integrante di un unico, globale, sistema complesso cui non può che corrispondere un pensiero complesso, aperto, collegato in sintonia, ricettivo, attento, accogliente, orientato all’empatia.

Come è auspicabile che le “teste” dei cosiddetti Grandi (pro tempore) su cui convergono le nostre aspettative, siano o vogliano essere a loro volta sufficientemente ”ben fatte” e possano individuare ed indicare se non soluzioni, almeno percorsi orientati a maggiore equilibrio, temperanza, giustizia, equità.

Non sarà certo Copenaghen a cambiarci la testa, come non lo è stata Kyoto, come non lo sono state Johannesburg o prima ancora Rio de Janeiro; primi vagiti di una “società ecologica” li ritroviamo o già nella prima Conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente umano tenutasi a Stoccolma nel 1972, il cui messaggio “umanistico” sembra essersi un po’ impantanato nelle sabbie mobili dell’egoismo umano ( 37 anni per immaginare ed adottare percorsi di cambiamento di “testa” non sono pochi…..).

Forse un reale, avvertibile cambiamento potremo solo verificarlo attraverso una graduale riforma del “pensiero” (sono affermazioni e prospettive di Edgar Morin) che non può che derivare da una riforma dell’insegnamento o meglio dell’educazione, di una rivalutazione del concetto di “rispetto”, della ricostruzione di condizioni relazionali che ridiano nuovo ossigeno a forme di fiducia e reciproco riconoscimento e investimento. Ci muoviamo purtroppo però ancora e sempre più avvolti in una circolarità perversa che ha i suoi poli in una moltitudine umana in crescente, inebetita concorrenza nella sua cieca rincorsa all’avere, da un lato, e dall’altro nella sua più o meno legittima e democratica rappresentanza (i cosiddetti “Grandi”) costituita da un “potere” tecnico/politico/economico/burocratico/pseudo religioso, utile solo a chi riesce ad arraffarne qualche lembo o a chi si adagia mollemente nel suo risucchio.

Il “pensiero dominante”, che ispira questo vortice, è la risultante attuale di un pensiero, dipanatosi nei secoli, che sta vedendo il prevalere della corrente “utilitarista, prevaricante e disgiuntiva” su quella “umanista, solidale e connettiva”. Se il messaggio che acriticamente ci trasmettiamo attraverso gli innumerevoli strumenti di comunicazione e relazione di cui dispone oggi l’umanità (in cui però di nuovo prevalgono quelli freddamente ed impersonalmente tecnologici a scapito di una Scuola, relegata a funzione di modesto “imparificio”) è il primo, non possiamo far finta di stupirci (se lo facciamo) per l’andamento eco-sociale o illuderci che chi ci rappresenta riesca, possa o voglia trasparentemente avventurarsi con fatica e rischio su percorsi di interesse e vantaggio globalmente indifferenziato e non solo di caste e gruppi di potere.

Forse può essere attraverso nuovi e fantasiosi slanci di “cultura”, di istruzione/educazione e di rinnovata sapienza – non limitata all’acquisizione individualistica di più e nuovi saperi – in una innegabilmente faticosa ma certamente più giusta crescita collettiva di “conoscenza”, che l’umanità potrà illuminare sentieri meno incerti ed impervi.

Non è certamente tardi per la Terra, che a quanto ci è dato sapere, vista da fuori, sarà forse un po’ meno blu e un po’ più grigia e potrà dare lavoro ai geografi impegnati nel ridisegnare coste e confini di continenti e terre emerse/sommerse. Forse non è tardi nemmeno per la qualità di vita complessiva raggiunta da una parte della specie umana e rincorsa da un’altra importante parte, che guarda sempre al futuro, per non ammettere e accorgersi di essere già dentro una discreta emergenza (perché dovrebbero scaldarsi tanto gli scienziati, i “Grandi”, e le loro coorti?).

Forse, però, oltre alle conferenze tematiche sui temi/problemi avvertiti come più urgenti e pressanti; nel caso attuale i cambiamenti climatici e la sequenza di problemi correlati, ma la continua perdita di suoli e territorio fertile per invasione umana, la perdita di biodiversità e di specie animali che viaggiano con noi, l’imbarbarimento nei rapporti sociali, l’imbruttimento dei paesaggi, la paura, l’incertezza, la precarietà crescenti sono forse “problemi ambientali” meno importanti che non incidono sulla qualità della nostra vita collettiva? Potrebbe essere utile una “conferenza permanente”di elaborazione e diffusione di “pensiero complesso”, una scuola-mondo per una società-mondo, capace di raccogliere e trasferire (perché già ci sono) elaborazioni ideali e concettuali ora troppo frantumate, disperse e osteggiate per poter essere sufficientemente incisive, capace di ispirarne l’avanzamento ed una pratica traduzione nel lavorio umano.

Potrebbe essere utile, forse, un ridimensionamento del potere dei politici, degli economisti, dei tecnocrati, degli scienziati per ridare credito e spazio alla cultura, ai pensatori, ai filosofi.

Energia

Aspettando Copenaghen

2 dicembre 2009

terra_mano2Siti internet e giornali sono ricchi di articoli che riguardano il vertice ONU sul clima che si terrà dal 7 al 18 dicembre a Copenaghen. Grandi speranze sono state riposte in questa conferenza, durante la quale, a dodici anni dagli accordi di Kyoto, si cercherà di costruire una nuova intesa sul clima.

Oltre a regolare il periodo post 2012, data in qui il Protocollo di Kyoto cesserà di essere vincolante, il nuovo accordo dovrebbe coinvolgere importanti potenze mondiali, come gli Stati Uniti e i nuovi paesi emergenti, che non hanno firmato il precedente protocollo.

L’ambizione più alta è che si giunga ad un accordo globale, che sviluppi e prolunghi gli obiettivi di Kyoto. In realtà tanti sono gli interrogativi e i dubbi che sono già emersi prima dell’inizio dei lavori: si giungerà ad un protocollo condiviso a livello globale? Quale sarà il ruolo delle grandi potenze occidentali e dei paesi emergenti? Sarà realmente vincolante l’accordo che si concluderà?

Le voci e le riflessioni che si susseguono negli ultimi giorni sono altalenanti: gli Stati Uniti sostengono di voler ridurre le emissioni di CO2 del 4% entro il 2020 e del 32% entro il 2030, la Cina parla invece del 40-45% entro il 2020, mentre il Brasile sembrerebbe deciso a bloccare la deforestazione e a ridurre del 40% le emissioni di CO2 entro il 2020 .

Recente è inoltre la notizia della creazione di una prima bozza danese del documento da proporre ai Paesi riuniti per la conferenza ONU, in cui si propone di dimezzare entro il 2050 i gas serra prodotti; l’80% dei tagli dovrebbe essere effettuato dai Paesi industrializzati. Il picco delle emissioni di CO2 dovrebbe, sempre secondo il Governo danese, essere raggiunto entro il 2020.

Questa proposta però non è piaciuta al Governo indiano, che teme che ciò causi un blocco dello sviluppo economico per gli Stati di recente industrializzazione. Da New Dehli giunge la richiesta di non imporre un limite temporale per la riduzione di emissioni di anidride carbonica. Forse la disponibilità da parte dei Paesi industrializzati di offrire aiuti economici a quelli in via di sviluppo potrebbe aiutare a trovare un accordo condiviso globalmente.

Sicuramente uno dei problemi da risolvere durante il vertice sarà il rapporto tra Paesi sviluppati ed emergenti e gli eventuali aiuti economici da rivolgere a questi ultimi. Fino a questo momento però i Governi europei non hanno definito ancora alcun impegno finanziario.

Bisogna a questo punto chiedersi che ruolo avrà l’Italia a Copenaghen. Sembra che il Presidente del Consiglio Berlusconi si sia reso disponibile a partecipare al vertice, ma la Prestigiacomo ha preventivamente dichiarato che l’Italia non sarà disposta a firmare un accordo che vincoli legalmente solo alcuni paesi, come per il Protocollo di Kyoto.

Bisognerebbe anche riflettere sul fatto che in Italia il quadro di regole e incentivi relativi alle energie rinnovabili non risulta essere chiaro, complicando la scelta di chi, privati e aziende, scegliere di utilizzare fonti di energia poco inquinanti e verdi.

Energia